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“Vedi, Wendy, quando il primo bambino sorrise per la prima volta, il suo sorriso si ruppe in mille piccoli pezzi che si sparsero tutt’intorno saltellando e così nacquero le fate” disse Peter Pan.
("Peter Pan & Wendy" James M. Barrie - Mursia)
Londra 1906, il genio di James M. Barrie creava “Peter Pan and Wendy”.
Vi avverto questa è solo una favola… solo una favola.
Ma quanto togli alla tua vita se guardi con gli occhi del “solo”? (questa è la pertinente domanda che Mr. Barrie pone al piccolo e finto-cinico Peter nel film “Finding Neverland” - che altro non è se non la storia romanzata del “papà” di Peter Pan).
Allora vediamo di fare le domande giuste, una volta ogni tanto... per esempio:
Quanto è difficile volare?
Quanto è difficile credere?
Quanto è possibile riprenderci quel bambino perduto che abbiamo lasciato nell’Isola che non c’è, almeno mezzo secolo fa? (ognuno faccia i conti con la sua attuale età, ovviamente)
“E così –egli riprese- ci dovrebbe essere una fata per ogni bambino e bambina”
“Dovrebbe? E non c’è forse?” (chiese Wendy)
“No. Sai, i bambini sanno tante cose al giorno d’oggi e ben presto non credono più alle fate e tutte le volte che un bambino dice ‘non credo nelle fate’ c’è in qualche posto una fata che cade a terra morta”
Wow. Mr. Barrie ci andava pesante, non trovate?
Un tripudio di sensi di colpa.
Non c’è sta stupirsi più di tanto, secondo Barrie (con queste parole termina il suo romanzo) i bambini sono
Spensierati, innocenti e senza cuore
E non c’è molta tenerezza in questo, non vi pare?
Allora per un attimo abbandoniamo la tenerezza, parliamo con finto-cinismo di quel “essere bambini” che tanto combattiamo…
Cos’è che ci dà fastidio?
La spensieratezza?
L’innocenza?
O l’essere senza cuore?
Perché se ci pensiamo su un poco, da adulti, spesso, il cuore lo buttiamo volentieri e senza troppi rimorsi.
Allora deve essere la spensieratezza, sì, abbiamo finito col toglierci il piacere dell’uso accurato del linguaggio, nelle nostre espressioni quotidiane, e forse stiamo facendo un po’ di confusione.
Spensieratezza, recita il dizionario della lingua italiana, non è altro che libero e fiducioso abbandono al ritmo vario d’impulsi e sensazioni che offre la vita.
E non è sinonimo di superficialità, né di mancanza di responsabilità, né faciloneria…
Senza pensieri pesanti, abbandonarsi al ritmo della vita.
Suona pericoloso…
Succede quando alzi il viso al tiepido venticello che ti solletica il collo e piano piano senti che i pensieri si sollevano… ecco… i pensieri vanno, se ne vanno un po’ lontani da te...
(non temere non li perderai, ritornano sempre quelli, ritrovano sempre la strada per tornare a casa proprio come i bambini perduti di Peter Pan)
Vedi… i pensieri sono laggiù, il cielo è spazzato dalla brezza e respiri un po’ meglio… guarda… quasi quasi apriresti le braccia e lasceresti che il vento ti attraversasse e ti faresti vela…
Senza pensieri…
Sguardo limpido…
Ogni cosa la vedi meglio, diversa…
Il velo opaco si è sollevato…
Guarda che colori…
Che spettacolo…
…………………………… guarda Peter………. Volo!!!!!!!!
Ecco cos’era che ci faceva davvero paura… quel fastidioso non pensare… l’innocenza!
Che i bambini ce l'hanno come optional di serie e che poi a forza di usarla e metterla in lavatrice (mamme e papà quanti danni riuscite a fare con ‘sta mania delle pulizie!) perde elasticità, perde tenuta, perde colore… si trova persa… sperduta in migliaia di migliaia di giri di lavaggio.
E poi una volta cresciuti, questi bambini che non sempre vogliono crescere, ma che non hanno scelta, vogliono fare senza cuore. Tanto che importa se già un optional di serie ce lo siamo giocati, che differenza può fare perderne due? Si sopravvive lo stesso.
Via anche il cuore. Seppellito sotto quintali e quintali di terra. Così il vento non lo porta via, è lì sotto, all’occorrenza si tirerà fuori, lascio la pala appoggiata all’albero. Non si sa mai.
E ora la domanda è d’obbligo…
Come pensate di utilizzare la spensieratezza ancora in vostro possesso (ricordate? Optional numero tre, o numero uno a seconda di come si legge la lista di Mr. Barrie), come ci riuscirete con un cuore seppellito e l’innocenza ridotta ad uno straccio???
Ve lo dico io, se ancora non ve ne siete accorti: non si può.
Non vi intestardite, non servono aiutini “extra” per quanto chimici e fantasiosi possano essere.
Quella, la spensieratezza, è un osso duro.
Non torna, non da sola almeno.
È un arduo lavoro riappropriarsene, c’è da rimettere a nuovo l’innocenza e disseppellire il cuore…
Non torneranno come nuovi, questo no.
Però si può fare.
Peter Pan, quello di Mr. James M. Barrie (non quello stravolto di Walt Disney), alla fine sarebbe da sculacciare… è senza cuore… senza cuore…
Eppure…
Il cuore bambino deve imparare…
Non serve distruggere, serve costruire... e non si sta parlando di muri dietro i quali nascondersi, né di veli obnubilanti…
Si sta parlando di immaginazione.
“Molte cose bisogna immaginarsele, proprio come deve essere…“ ("Finding Neverland")
… Mr. Barrie aveva ragione, i bambini lo sanno bene, ciò che non vedi con gli occhi lo guardi con l’immaginazione e quando vuoi puoi andare nell’Isola che non c’è.
E come si fa a tenere stretta la tua Isola che non c’è, a fare in modo che nessuno la possa rubare, depredare, devastare?
“Credendoci Peter, solo credendoci”
(dice Mr. Barrie a Peter in “Finding Neverland”)
E’ un buon vento questo, e il nome Peter non è male.
Possiamo essere un po’ Peter ogni giorno, in un gesto, in un pensiero, in un infinitesimale istante di immaginazione.
Basta sorridere alle fate e crederci.
Basta crederci.
Io ci credo e voi?
“Mai ci ha sfiorato il sospetto che le nostre passioni non abbiano tanto un bisogno da soddisfare quanto un senso da dischiudere. Non abbiamo mai riconosciuto loro dell’intelligenza. Rinchiuse nel fondo opaco e buio dell’animalità, le abbiamo considerate sempre come qualcosa da contenere.”
(“L’ospite Inquietante” Umberto Galimberti – Giangiacomo Feltrinelli Editore)
C’è stato un tempo in cui, sedicenne entusiasta della vita, urlavo ai quattro venti le mie passioni. Avrei voluto condividere con tutti i miei amici ogni canzone, ogni film, ogni libro che mi aveva rapito e commosso. Mi mettevo ingenuamente a disposizione per qualsiasi confronto, scatenando la mia capacità di persuasione che non sempre faceva centro.
Ogni critica distruttiva rivolta a “quel capolavoro” che andavo pubblicizzando mi mortificava e pensavo “Ma come possono non capire cosa c’è qui dentro????”.
Imparai, per non “rodermi” troppo, a coltivare e proteggere quei miei piccoli innamoramenti.
Crescendo ho cercato di espandere il mio sguardo (i miei sensi) e anziché pormi in posizioni di critica nei confronti dei pezzi di mondo che non conoscevo, ho provato a mettermi in ascolto. Piano piano ho imparato a valutare, di volta in volta, cosa faceva per me e cosa no. Acquistando sempre più serenità durante il cammino, abbandonando con fatica l’enorme senso di inferiorità che la mia condizione di “fai da te” della cultura in un certo senso mi imponeva.
Ammetto che spesso ci ricasco.
Quando non capisco un’opera d’arte contemporanea, o un pezzo di free-jazz, o un saggio filosofico… ecco, lì mi dico “Bell’ignorante che sei!”, e un po’ mi deprimo e mi sento mortificata. Poi passa.
Prendo in mano qualcosa che “fa per me”, qualcosa in cui mi sento a mio agio, qualcosa che riconosco, qualcosa che mi smuove dentro almeno un grammo di commozione e mi risistemo con me stessa.
Si riparte.
Questa lunga premessa rischia di essere letta come una sorta di giustificazione, qualcosa come “vi propongo questa cosa qui, ma non vi aspettate nulla di sofisticato, qui si parla solo di cose semplici, senza troppe pretese”.
I buoni sentimenti sono inevitabilmente banali. Sono alla portata di tutti. Sono immediati. Potrebbero pure essere ovvi e scontati se ognuno di noi fosse in grado di ascoltarli e di farli propri aggiungendoci qualche grammo d’anima per renderli meno “volatili”, per renderli materia tangibile.
Spesso ciò che si rifà a questo modo diretto e semplice di scoprire i buoni sentimenti viene tacciato a torto di essere commerciale. Quindi alla portata di tutti. Quindi inflazionato. Banale, stucchevole, inutile. Permettetemi di aggiungere che non tutto ciò che è semplice, diretto, e alla portata di tutti è stato pensato, costruito, realizzato in modo superficiale e ruffiano.
Ancora penso sia buona cosa per me proteggere un po’ questi miei piccoli innamoramenti.
Però stiamo parlando di vento e il vento ognuno lo sente a modo proprio.
The Freedom Writers:
http://it.wikipedia.org/wiki/Freedom_Writers
http://www.freedomwritersfoundation.org/site/c.kqIXL2PFJtH/b.2259975/k.BF19/Home.htm
La storia che qui vi propongo contiene venti diversi, per colore di pelle e sapori di terre più o meno lontane, costrette a dividersi malamente la nazione che li ospita. Questa storia parla di un'insegnante americana artefice di una piccola grande rivoluzione, iniziata nella sua classe di studenti adolescenti e cresciuta tanto da realizzarne un libro, quindi un film e un'associazione no-profit.
“Se si dà apprendimento senza gratificazione emotiva, l’incuria dell’emotività, o la sua cura a livelli così sbrigativi da essere controproducenti, è il massimo rischio che oggi uno studente, andando a scuola, corre. E non è un rischio da poco perché, se è vero che la scuola è l’esperienza più alta in cui si offrono i modelli di secoli di cultura, se questi modelli restano contenuti della mente senza diventare spunti formativi del cuore, il cuore comincerà a vagare senza orizzonte in quel nulla inquieto e depresso che neppure il baccano della musica giovanile riesce a mascherare. Quando parlo di cuore, parlo di ciò che nell’età evolutiva dischiude alla vita, con quella forza disordinata e propulsiva senza la quale difficilmente gli adolescenti troverebbero il coraggio di proseguire l’impresa. Il sapere trasmesso a scuola non deve comprimere questa forza, ma porsi al suo servizio per consentirle un’espressione più articolata in termine di scenari, progetti, investimenti, interessi. Infine resta la vita, e il sapere lo strumento per meglio esprimerla.”
(“L’ospite Inquietante” Umberto Galimberti – Giangiacomo Feltrinelli Editore)
Si parla di adolescenti in guerra. Guerra di gangs. Morti ammazzati (spesso accidentalmente) in strada, con pallottole sparate per rabbia, per vendetta, per noia, per paura, per difesa, per sopravvivenza.
Si parla di un modo per spezzare l’odio e farne uscire il dolore che è all’origine.
Si parla di donare al futuro del mondo, racchiuso nell’anima giovane e forte e coraggiosa e disperata dei ragazzi, una possibilità di cambiamento.
Si parla di una donna che non si è fermata perché qualcuno le ha detto che non poteva fare di più, credendo fortemente nella forza di un progetto comune, nella forza di una famiglia vera.
“L’unico fattore trascurato è il frequente disinteresse emotivo e intellettuale dell’insegnante, con trasmissione diretta allo studente, che tra i banchi di scuola finisce per trovare solo quanto di più lontano e astratto c’è in ordine nella sua vita, in quella calda stagione dove il sapere non riesce, per difetto di trasmissione, a divenire nutrimento della passione e suo percorso futuro”.
(“L’ospite Inquietante” Umberto Galimberti – Giangiacomo Feltrinelli Editore)
Questo Film, “The Freedom Writers”, mi ha commossa. Mi ci sono innamorata. E, facendo uno strappo alla regola, ho deciso di condividerla con chiunque sia disposto ad aprirsi un po’ e accogliere una cosa “semplice” e senza troppe pretese come il parlare di “buoni sentimenti” e di “speranza” e di “pace”.
E se questo non vi commuove almeno un poco… bhé, fossi in voi ci rifletterei su per bene. Forse vi siete persi da qualche parte un pezzo della vostra anima.
(“L’ospite inquietante” Umberto Galimberti – Giangiacomo Feltrinelli Editore)
È il vento che mi ha sollevato, leggero e suadente, le lunghe giornate d’inverno della mia infanzia.
Un bel panino con cazzuolate di nutella e un bicchiere di latte (se andava bene coca-cola) e prima fila sul divano davanti alla tele.
Heidi, Dagli Appennini alle Ande, Conan, Lupin III, Anna dai capelli rossi… devo continuare?
In una parola sola: Hayao Miyazaki. Il Genio.
Soltanto negli ultimi anni, però, ho potuto apprezzare i suoi lungometraggi, ormai celebri ovunque. Ora che posso scrivere di lui e del suo mondo spero di riuscire a trovare le giuste parole.
“Nausicaa della Valle del Vento” (1984)
“Laputa: il castello nel cielo” (1986)
“Il mio vicino Totoro” (1988)
“Kiki consegne a domicilio” (1989)
“Porco Rosso” (1992)
“Principessa Mononoke"(1997)
"La città Incantata” (2001)
“Il castello errante di Howl” (2004)
“Ponyo On a Cliff” (2008)
… no, non vi racconterò trama e colpi di scena di ogni storia. Proverò soltanto a convincere chi di voi non li ha mai visti, perché non ama l’Animazione o lo pensa “affare da bambini”, ad inoltrarsi in uno di questi viaggi incantati per poter provare l’incanto.
Il segreto di Miyazaki è nel suo sguardo e nella capacità di catturare l’anima del mondo. Lui non parla ai bambini, ma si fa bambino per far parlare, far muovere, far vivere (di nuovo) il bambino che siamo stati, e aiutarlo a risalire in superficie.
Sto rivedendo le immagini deliziose della piccola Mei (ne “Il mio vicino Totoro”) o di Malcol (ne “Il castello errante di Howl”) oppure di Chihiro (ne “La città incantata”) e riscopro la mia allegria di bambina, il mio senso di responsabilità di bambina, le mie insicurezze e la mia forza di bambina. Hayao Miyazaki sa esattamente di cosa sta parlando, non solo perché anche lui è stato bambino, ma perché quel bambino che è stato è il bambino che ancora vive in lui, e attraverso il suo essere adulto questo bambino si fa disegnare, si fa animare.
“Non voglio rimanere sola” supplica Chihiro mentre i genitori non ascoltano i suoi capricci (che magari ogni tanto sono solo sagge intuizioni di cui non si riesce a dare spiegazioni)…
“Lui mi ha sempre aiutata, ora tocca a me” afferma Chihiro prima di attraversare l’oceano con il treno (sì, proprio così, avete letto bene) e bussare alla porta della maga Zeniba per ridargli l’amuleto magico rubatole dal Maestro Aku (lo spirito del fiume Ko Aku, che deve ritrovare il suo nome per poter rompere l’incantesimo della maga Jubaba, sorella gemella di Zeniba - che si scopre essere la maga buona… ok ok, avevo promesso che non vi davo dettagli delle storie, scusatemi mi sono fatta prendere la mano…).
Miyazaki parla anche di dolore, perdita, abbandono, solitudine, incomprensione come ne potrebbe parlare un bambino (se solo disponesse delle parole giuste) senza violenza, con disincanto, ma senza acrimonia o cinismo.
Con stupore, certo, e la domanda "Cosa posso fare per aggiustare le cose?"
L’accettazione di ogni sfumatura dell’esistenza, non con rassegnazione, ma con la forza della fede.
Riuscirò a compiere il mio destino e rimetterò tutto a posto.
Con coraggio, perseveranza, rispetto, sacrificio, lavoro, e con il cuore pulito di chi ti può guardare negli occhi e dirti schiettamente quello che prova.
Come solo un bambino sa e può fare.
E quel bambino attraversando pericoli e superando ostacoli, con gli alleati che il destino gli affianca benevolo e complice, ritorna a casa.
La grande forza di Miyazaki è il profondo rispetto che nutre (vivo e vibrante) per l’anima affamata di storie del bambino in ascolto. Il Mago Miyazaki ti fa entrare morbidamente nel suo Regno Incantato. Ci puoi trovare piccoli spiriti che vivono negli altari nascosti tra i cespugli di un bosco, e Ombre resuscitate dagli incubi più terribili, e uomini di gomma che non muoiono mai e si ricompongono all’infinito, e maghe che ti rubano il nome e ti tengono prigioniero. Migliaia di mostri che nascono dallo studio attento della natura (fauna e flora del pianeta Terra) e dalla profonda conoscenza delle paure ataviche dell’umanità.
Miyazaki parla anche di guerra, parla di morte, parla di distruzione. Senza imbellettare la realtà, senza sconti. Miyazaki disegna (in un quadro più che perfetto) la bellezza che trovi nell’acqua, nell’aria, nel fuoco, nella terra e ripete all’infinito, in una cantilena rassicurante e amorevole che noi siamo fatti di questo. Siamo la terra che ci ospita, siamo il vento che ci attraversa, siamo l’acqua che ci scorre nel corpo, siamo il fuoco che alimenta la nostra vita.
Viviamo in un mondo contraddittorio, che ci confonde e spesso ci paralizza. Possiamo guardare incantati un lago azzurro che riflette le nuvole candide del cielo accarezzato dal vento, immergendoci nei colori di fiori meravigliosi e impalpabili farfalle… e trovarci davanti, all’improvviso, il fuoco dei bombardamenti e il fumo nero di una città devastata.
“Questa è la vita, bambini miei” sembra dirci Miyazaki “lo so che fa paura e che vorreste chiudere gli occhi e far finta che sia solo un brutto sogno… ma se invece li tenete aperti e affrontate le cose brutte, e se con coraggio seguite il vostro buon cuore… allora il mondo può ancora essere salvato. Il mondo ha bisogno di noi!!!”
E sentire questo, che tu abbia cinque anni o cinquanta, fa bene.
Tutti sperano che, prima o poi, questo brutto sogno finisca, che ogni pezzo malato di questo mondo possa sparire nel nulla e che la pulizia abbia la meglio.
Ma non è chiudendo gli occhi che questo desiderio si realizzerà.
Non è facendo finta di nulla.
E se i piccoli eroi di Miyazaki possono insegnarci qualcosa, è proprio questo: apri gli occhi e affronta il mondo, dietro l’orrore si nasconde sempre una meraviglia, perché la vita è più forte di tutto.
La vita vince sempre, anche quando ci viene chiesto di passare attraverso la morte.
E se Howl piange e si dispera perché ha perso la sua bellezza, sbottando “Senza avere la bellezza non c’è alcuna ragione per vivere!”, allora Sophie (trasformata da un perfido incantesimo in una vecchietta piena di acciacchi) gli risponde “E cosa dovrei dire io che bella non lo sono stata mai!”…
Eppure Howl vede in lei bellezza e lei ancora non lo sa.
L’amore, solo l’amore, può rompere gli incantesimi più potenti.
E quando Howl si riappropria del proprio cuore non può non notare che si sente il corpo pesante, e se ne lamenta un po’.
“Che ci vuoi fare, Howl, l’anima ha un peso!” gli risponde Sophie di nuovo giovane, innamorata e vittoriosa.
Ora, so bene che qui stiamo parlando di “buoni sentimenti” e che si rischia il linciaggio al giorno d’oggi se ti addentri in discorsi dal vago sentore “new age”, (nel 90% dei casi a buona ragione aggiungerei), ma gente… qui si tratta del Maestro Miyazaki e non temo ritorsioni di sorta neppure dai più cinici di voi
Prima però di replicare, immergetevi un po’ nel suo Regno… il viaggio vale la candela.
).
Questo vento sa parlare forte. Lo sta facendo da un po’, e lo sta facendo talmente bene che l’Occidente ormai si è arreso. Il regista Zhang Yimou, e non perché lo dico io, è un tipo che fa soffiare il vento come gli pare. Leggero, ma deciso, ha fatto dondolare quelle “Lanterne Rosse” che dentro di me non hanno ancora smesso di dondolare, ancora fanno luce e si ritraggono sul volto splendido di Gong Li, rimasto appiccicato tra lo schermo e il mio cervello. Dal suo primo film (“Sorgo Rosso” 1987) a oggi Mr. Yimou ci ha accompagnati in un percorso non troppo comodo, fin dentro ad una certa visione dell’anima, che della Cina risulta essere la sostanza.
Ho ripreso contatto con Yimou e il suo cinema (dopo "Lanterne Rosse") con quello che io ritengo essere il suo capolavoro, e che lui ha definito "un esperimento" (no-comment
), ovvero "Hero". Si tratta della prima parte della trilogia wuxia (cappa e spada cinese), un concentrato di maestria per quel che riguarda la regia, la sceneggiatura, la fotografia, il montaggio. Insomma un agglomerato di genio, oltre che un cast attori eccezionale (Jet Li – Tony Leung – Chiu Wai – Maggie Cheung – Man-yuk – Zhang Ziyi – Chen DaoMing – Donnie Yen). La storia riporta, con un linguaggio saturo di colori e simboli, l'Antica Cina (divisa in sette province) in una fase politica piuttosto delicata. Il potentissimo Qin, signore della provincia più forte e destinato a diventare il primo Imperatore cinese, è deciso a portare a compimento il suo piano ovvero riunire le province SOTTO UN UNICO CIELO. Entrano in gioco le tradizioni di cultura millenaria basata sull'arte della calligrafia (la parola che racchiude il sapere) e della spada (nella cui essenza dimora la verità e la semplicità). Esistono diciotto modi di scrivere "spada" ed è nel diciannovesimo che si può trovare il segreto per avvicinarsi al potente Qin e con la spada colpirlo a morte. La giusta punizione per il sangue versato in nome della conquista si concretizzerà grazie a Senza Nome e alla sua spada nel cui nome ci si affida: "la morte a dieci passi".
Tre sono le conquiste dell'Arte della Spada, e sono loro l'unica via per la pace:
1° conquista: unità tra l’uomo e la spada (quando la spada è nell’uomo e l’uomo è nella spada anche un filo d’erba è affilato...)
2° conquista: assenza della spada nella sua mano, ma presente nel suo cuore (anche a mani nude l’uomo a 100 passi può abbattere il nemico)
3° conquista: (è quella finale) assenza della spada nella mano e nel cuore (la mente aperta contiene tutto, l’uomo di spada è in pace con il mondo, egli non uccide, ma porta la pace all’umanità).
E quando la morte arriva a dieci passi, la ragione viene folgorata dalla grande verità. Il guerriero comprende e china il capo, non sconfitto ma liberato dal velo che gli impediva di guardare con sguardo lucido. Il sacrificio è l'epilogo e la liberazione.
Sotto un unico cielo la sofferenza di uno è niente al confronto del dolore di tanti.
Il disegno di Qin si compirà e la storia ne darà testimonianza e probabilmente piena assoluzione.
La seconda parte della trilogia wuxia si intitola "La foresta dei pugnali volanti". Protagonista la splendida Zhang Ziyi, che si rende sublime in un straordinario "passo dell'eco danzante" nel quale l'attrice (nessuna controfigura) fa uso magistrale del suo background di danzatrice e ginnasta. E si resta ammaliati dai combattimenti danzanti, e si resta in battito sospeso quando, nell'ultima scena, dai colori autunnali si scivola nel bianco dei fiocchi di neve che ricoprono inesorabili e silenti ogni gesto che reclama gridando la morte. E la morte quando arriva è dolce. Sofficemente accolta dal manto cangiante che è ovunque, sullo schermo e oltre.
(la terza parte della trilogia si intitola "La città proibita" è del 2006, mi manca quindi non posso pronunciarmi ancora... appena possibile non mancherò
)
Però c'è dell'altro. Questo vento cinese ti scoppia tra i sensi e ti ritrovi un po' sottosopra come se ti fossi svegliato di soprassalto. Andando a ritroso nel tempo ci si rende conto che Zhang Yimou non è solo il regista dei mirabolanti effetti speciali, dei colori forti, della spada e dell’onore, ma che sa usare, con impagabile sensibilità, tinte tenui per accarezzare delicatamente le sue storie, come se il suo vento sapesse anche sussurrare. In “Non uno di meno” (presentato al Festival di Cannes nel 1999) e ne “La strada verso casa” (portato al Festival di Berlino dello stesso anno), il suo sguardo si posa con grazia fin negli angoli più spigolosi e nelle peculiarità più spiacevoli dell’essere “cinesi”, una sorta di esame di coscienza, si potrebbe definire anche così credo.
“Non uno di meno” mi ha coinvolto gradualmente, si è guadagnato ogni minuto della mia attenzione senza quasi che me ne accorgessi. E non solo perché parla di bambini, ma perché lo fa in un modo che è ben lontano dalla compassione, lontano dai cliché occidentali.
Questi bambini sono piccoli uomini autonomi. Ridono, lottano, lavorano e piangono. Piangono per solitudine e abbandono e per stanchezza, ma piangono come piccoli uomini e solo quando proprio non ce la fanno più. Allora tu guardi quei visi, cerchi di capire cosa si nasconde sotto gli occhi sottili e spesso resti sgomento davanti alla freddezza che traspare dai gesti formalmente gentili degli adulti. Una questione di forma, di coscienza collettiva, che non ha nulla a che fare con la compassione (nell’accezione del termine cristiano). E se negli adulti lo scarto può risultare sconcertante ed essere frainteso, nei bambini lo si rivaluta con pienezza, con commozione. La maestra Wei Minzhi rivuole il suo alunno Zhang Huike a scuola. Quella maestra ha tredici anni e sostituisce il maestro Gao (che si è preso un breve periodo di permesso per assistere la madre malata) per guadagnarsi i soldi da portare ai suoi familiari. Va a cercare il piccolo alunno a casa, scopre che è partito per la città, deve lavorare per far fronte ai debiti contratti per curare la malattia della madre, dopo la morte del marito. E la piccola maestra glielo dice senza mezze misure alla madre che giace a letto “Ma è ancora piccolo per lavorare” e la donna non ha obiezioni e non ha alternative. La piccola Maestra non si arrende e decide di andarlo a riprendere. Yimou la segue da vicino e per guardare meglio la città si fa piccolo, ad altezza bambino. Non spiega, non usa l'astuzia, non si fa schermo con la propria esperienza. Segue i passi di Wei Minzhi e del piccolo Zhang, rimbalzando dal marciapiede alla strada con la fame che stringe lo stomaco e soffoca la voce. E poi, come nelle migliori favole, arriva il lieto fine. E in quel finale ci mette la speranza innocente di una giovane vita: sulla lavagna della vecchia scuola di campagna rimangono le parole scritte dai bambini con i gessi colorati…
quei segni, in bambinesca calligrafia cinese, mi danzano ancora davanti agli occhi. Li sento molto, molto vicini alla realtà, ma non tanto da sciuparne il profumo. Ed è quasi un sollievo.
"La strada verso casa" mi ha fatto compagnia in una serata che, a mia insaputa, sarebbe diventata importante nella sua drammaticità. E il tema principale di questa storia è stato (a guardarlo ora) come un presagio. In breve: un uomo ritorna nel suo villaggio natale per aiutare la vecchia madre a riportare a casa la salma del suo vecchio, morto per cause naturali durante un viaggio. Piccolo particolare: la salma deve essere trasportata a piedi affinché sia rispettato l'antico cerimoniale. Infatti al corpo del morto deve essere segnata passo passo la via verso casa, in modo che la sua anima la sappia sempre ritrovare. Il cuore della storia, però, riguarda l'incontro dei genitori dell'uomo, il loro innamoramento, e gli ostacoli superati per sposarsi e rimanere insieme tutta una vita. Questo film segna l'esordio di una giovanissima Zhang Ziyi, resa indimenticabile dalla splendida fotografia e dallo sguardo struggente di Yimou mentre la segue nei suoi appostamenti amorosi, in attesa trepidante di scorgere anche solo per un istante l'uomo che le ha rubato cuore e anima. Chi non vorrebbe essere amato così? Chi può dire di amare davvero se non ama così? Negli occhi quel sospiro e nei passi la determinazione e nel sorriso l'unico segnale di arresa. Poesia.
Questo vento che sussurra scuote dalle fondamenta, e sa percorrere, senza trovare grossi ostacoli sul suo cammino, l'intero globo terrestre. Zhang Yimou traduce per noi, con pennellate d'aria, un linguaggio che nei segni armonici e misteriosi della sua tradizione potrebbe lasciarci boccheggianti. Ci sono differenze e ci sono vicinanze tra i venti, e per quanto so riconoscere su di me, il vento cinese di Zhang Yimou mi sa parlare di buone cose che hanno tempi diversi di arrivo, tempi diversi di partenza, ma è un percorso che riconosco e che sento amico.
Credo sia arrivato il momento di far parlare un po' il vento giapponese 
A volte me lo sono chiesta. Mi sono chiesta che cosa sia ad attrarmi così tanto del cinema orientale. La mia cultura in proposito è davvero ridicola, raffazzonata alla meno peggio, più che altro una serie di incontri casuali piuttosto che una ricerca metodica e approfondita. In tutto questo gioca il caso con i suoi piani. Ormai è un dato di fatto che io e quel modo di narrare abbiamo qualcosa da dirci. Più che altro lui da dirmi e io da ascoltare. E ascolto ogni volta senza perdere la concentrazione. Direi che la cosa ha del miracoloso perché io sono solita viaggiare con la testa se la storia non mi prende con l’artiglio e non mi porta dentro. E ci sono delle cose altamente respingenti, che mi fanno restare fuori, mi fermo, scuoto la testa, mi volto e vado. Non ho tempo da perdere. Personaggi di carta velina, storia insultata dallo scarso coraggio dell’autore nel sondare necessarie profondità, povertà di colori e immagini. Questo lo trovi ovunque, dal cinema americano a quello nostrano passando per ogni nazione e ogni continente, ma con il cinema orientale le cose si complicano. Entra in gioco una questione semplice: la logica.
Io non solo ragiono da occidentale, essendolo, ma ragiono da italiana, essendolo. Il che può essere un vantaggio per certi versi e uno svantaggio per altri, come per ogni cosa e ogni situazione, ovvio. Quindi da “perfetta me”, appassionata ma non esperta di cinema e di certo lontana dai parametri della critica di settore, mi sono avvicinata ad altre logiche e ad altri criteri di valutazione più per istinto e devozione che altro. Questo mi dà leggerezza e agilità. Mi sento a mio agio quando guardo con i miei occhi e sento fidandomi dei miei sensi, che possono pure non essere oggettivamente adeguati, ma per quanto riguarda me vanno benissimo. Mi guidano sempre al posto giusto nel momento giusto. Hanno buona mira e ottima pazienza per farmici arrivare.
Senza fretta. Non si discute.
Eccomi qui allora a parlare di cinema orientale… e ci sono dei maestri della narrazione per immagini che, al momento, mi hanno decisamente rapita. A dirla tutta mi stanno tenendo in ostaggio, nessun riscatto, ho l’impressione che ormai io stia passando alla condizione di prigioniera consenziente. Il che fa ridere, e quindi ci rido sopra. Sto parlando di Kim Ki-Duk (coreano), Takeshi Kitano e Hayao Miyazaki (giapponesi), Zhang Yimou (cinese), Tim Burton (americano). Allacciate le cinture di sicurezza, Signore e Signori, si decolla.
Non so di preciso cosa i miei sensi abbiano in comune con la logica e la visione coreana dell’esistenza, so solo che insieme si trovano bene. Pensavo fosse una questione di un film e basta, ma poi ne ho visto un altro e un altro e un altro ancora e ormai Kim (Ki-Duk) è entrato a far parte della mia famiglia animica (= ne fanno parte quelle persone che con la propria arte ti regalano la loro speciale visione, di cui non riesci più a fare a meno, e ad un certo punto ti rendi conto che è anche grazie a loro che il tuo mondo sta diventando così maledettamente colorato e bello. Maledettamente bello. Capisci che devi qualcosa a queste persone, e le consideri parte della tua famiglia. Magari non hai idea di cosa mangiano e di come vivono, ma con la loro arte davanti ai tuoi sensi sei quasi sicura di sapere almeno un po’ quello che sentono. Te lo fanno passare in modo talmente pulito, talmente vibrante che non hai scampo). Bene. Se il nome di per sé vi dice poco, perché magari come me “vigliacca la volta che mi ricordo un nome quando serve”, vi citerò alcuni dei suoi film. Anzi, vi traccerò brevemente il percorso che mi ha segnata, le storie di Kim così come sono arrivate a me.
“Ferro 3-la casa vuota” (“ Bin-jip” 2004)
“Il soffio” (2007)
“Primavera Estate Autunno Inverno… e ancora Primavera" (“Bom yeoreum gaeul gyeoul geurigo bom” 2003)
“Time” (2006)
“La Samaritana” (“Samaria” 2004)
“L’Arco” (“Hwal” 2005)
Ogni volta io lì davanti allo schermo… e non mollo fino alla fine. Affascinata dal silenzio coreano, ammaliata dalla natura e dalle stagioni coreane, incantata dai personaggi e dalle sfumature che la mia mente occidentale-italiana non riuscirà mai a cogliere tutte, mai tutte insieme, mai con la profondità dovuta, ma… ma per assurdo, assicuro con l’onestà di cui sono capace che non è affatto indispensabile. Kim sa come raccontare le storie, perché le conosce talmente bene da essersele scavate nelle viscere con cura e senza timori, le ama talmente tanto da rendertele limpide e leggere anche quando ti fa guardare la morte che inonda gli occhi di un personaggio o ti mette in scena devastanti abbandoni, laceranti solitudini, diaboliche perversioni con un sorriso, con uno sguardo, con un gioco, con l’innocenza che è sempre crudele. Sempre crudele. Credo che questo, i coreani, a differenza nostra, lo sappiano. Sono arrivata alla conclusione che i coreani lo sanno. O comunque lo sa Kim, e lui è coreano e neppure uno di quelli con trascorsi accademici e grandi progenitori artisti o geni, tutt’altro (date pure un’occhiata alla sua biografia e ve ne accorgerete). Lui è un orientale, un coreano che pensa da coreano, vive da coreano, guarda da coreano e ti racconta di questo. Con onestà. Ora, è chiaro che quest’uomo non vive in una gabbia quindi il mondo lo ha girato (non che io sappia i fatti suoi, ma ha vissuto a Parigi per qualche tempo, così dice la sua biografia), ma non si spaccia per quello che non è. Ci tiene ad essere pienamente solo quello che è. Coreano, meravigliosamente coreano direi. Non lo dico perché io aneli alla cittadinanza coreana, lo dico come un’italiana che, conoscendo praticamente nulla di quella cultura e delle usanze di quel paese, si trova davanti alla storia di un certo Kim Ki-Duk che la fa entrare dalla testa ai piedi in un’altra realtà, un altro pianeta emotivo. E, alla fine, sì, io alla fine un po’ ho sentito con quei sensi lì, quelli che non sapevo di poter adottare, quelli di una coreana. Meraviglia delle meraviglie. Non ho capito tutto, poco ma sicuro, però qualcosa mi è arrivato. Quel qualcosa che mi fa venire voglia di saperne di più. E quindi via, alla ricerca di nuovi lavori di questo Kim, che ormai fa parte, a pieno titolo, della famiglia. Questo fa un grande narratore, questo può fare un grande regista che racconta esattamente quello di cui sa, e ne conosce nei dettagli la fibra (la resistenza, la consistenza, l’essenza). Onestamente.
“Piacere, sono Kim Ki-Duk, sono coreano, racconto storie, queste storie”. Punto. Meraviglia.
Ora ci sono delle immagini, diverse immagini per ogni suo film, che sono entrate nei miei occhi… e non se ne andranno più via. Se li chiudo le posso vedere scorrere davanti a me, con quei suoni e quelle risonanze…
La domanda terrorizzata (“Chi sei tu?”) nello sguardo smarrito degli amanti di “Time”, quando cambiano le linee del viso e ti illudi di poter rimanere lo stesso, ma poi scopri che ti sei perso, in una solitudine in cui cielo e mare si confondono e tu non puoi contenere.
I confini che il pudore non ti permette di superare, neppure quando chiedere “Perché?” o quando pregare “Fermati!” potrebbe salvarti dal gesto estremo, un salto dal secondo piano o un omicidio per una figlia abusata (“La Samaritana”).
L’innocenza che impara il peso della propria crudeltà, e ad ogni lezione si rinnova il doloroso peso delle conseguenze, quando tutto ciò che rende l’anima serena può stare in una casa, in un lago, in una stagione, in un cielo, in una scelta di pace. (“Primavera Estate Autunno Inverno… e ancora Primavera”).
Un contatto che ti spinge oltre i sensi, ti fa vedere dove l’occhio non riesce a guardare, in una vita-patchwork che cuce insieme pezzi di altre esistenze apparentemente perfette. (“Ferro3-la casa vuota”).
Il grido della morte che ti cresce dentro o quella che ti viene imposta, l’incontro di due morti differenti che cercano il confronto in quel soffio che l’unione d’amore può creare, fino a spingersi oltre la soglia e poi miracolosamente tornare quasi intatto. E ti chiedi “Com’è possibile?” (“Il Soffio”).
E poi l’incanto, l’incanto di un’altalena su cui un giovane corpo dallo splendido volto di bambina-amante si dondola, per leggere il futuro segnato dalle frecce, conficcate nell’immagine divina, scagliate dal vecchio marinaio devoto e innamorato e musico e mago e uomo e ancora innamorato. Un matrimonio in costume, testimoni il mare ed un giovane che è il futuro. (“L’Arco”)
Questi frammenti sono arrivati a me e con me sono rimasti. Vi esorto a cercare quelli che riconoscerete come vostri, tra una pellicola e l’altra di questo narratore che arriva decisamente da un altro mondo se non quasi da un altro pianeta.
Considerando che il Signor Kim Ki-Duk (un po’ di rispetto diamine! Sì, sono d’accordo, mi scusi Signor Ki-Duk) non è un americano dotato di budgets astronomici, considerato che “ha raramente superato il mese di riprese per la realizzazione dei suoi lavori” (citando Wikipedia) e che è un ex-militare coreano, inutile forse sottolineare quanto il suo metodo di ripresa sia duro. Duro proprio nel senso di “dannatamente faticoso”. Non ci sono controfigure per gli attori, e quest’ultimi non sono mai grandi stelle del jet-set, tutt’altro. Quando si vede il ghiaccio e il freddo quello c’è davvero (tanto per fare un esempio), e la realtà non è abbellita da scenografie spettacolari (a meno che non sia la natura stessa a fornirle di sua spontanea volontà e a sua discrezione), ma viene addolcita con densità di fotografia e montaggio. Densità di sguardo. Ti viene quasi l’idea che quella morte, quella solitudine, quel dolore, quello smarrimento, insomma che tutto quello sia bello, ma bello da doverlo vivere, almeno quanto quella felicità, quel senso di libertà, quel vento. Esatto, rieccoci al punto di partenza. Quel VENTO. Vento coreano, signori. E scusate se è poco.
Grazie Kim :)
“I film non possono cambiare la realtà, ma semmai lo stato di coscienza di un individuo”
Kim Ki-Duk
PS: prossimamente su questi schermi il vento cinese :)
A volte la strada ti compare sotto i piedi e tu non devi fare altro che seguirla. Raccogli le briciole di pane, tu novello Pollicino, e con curiosità spingi il tuo sguardo fin dove riesci a guardare. Camminando raccogli le briciole e ogni tanto alzi il viso e guardi e annusi il vento.
Annusando il vento ho scoperto Michael Flately.
“Ma come? Conosci il ‘battering dance’ e non conosci Michael Flately?” così mi hanno apostrofata, in una seduta libera di chiacchiere selvagge, una coppia di amici carissimi. E io lì a boccheggiare “Ehmm… veramente no”. Lo confesso, che l’ignoranza di cui sono amorosamente avvolta sia così evidente a volte mi imbarazza, ma si trattava di amici e non di un test di cultura generale, quindi candidamente ammisi di ignorare bellamente chi fosse ‘sto Flately.
Allora loro, sorridendo soddisfatti, mi fecero sedere di primo mattino davanti alla televisione e azionarono il DVD… “Feet of Flames” in Route of the Kings, Hyde Park, London.
Io guardavo lo schermo. Loro guardavano me. Io, ipnotizzata. Loro, divertiti dal colpo letale appena sferratomi.
“Ma dove ho vissuto fino ad ora???!!!” mi domandai sconvolta “Come ho fatto a ignorare l’esistenza di una cosa così???!!!”.
“Tranquilla, qui in Italia è quasi totalmente sconosciuto, anche noi lo abbiamo scoperto per caso… ma è famoso in tutto il mondo, veramente ovunque”, gli amici veri al momento opportuno ti sanno confortare, per fortuna.
Ammetto che certi gradi di non-conoscenza (suona meglio così), parlando in generale, mi affascinano. Quella che poi coinvolge un’intera nazione suscita in me puro stupore. Nel mio piccolo, la mia non-conoscenza, riesce sempre a darmi grandi soddisfazioni. Per evitare tracolli di autostima preferisco prenderla così: uno stimolo a saperne di più.
Fatto sta che ormai lo conoscevo Mr. Michael Flately e non potevo fare finta di niente.
Il suo vento, vento Irlandese, mi aveva tolto il respiro.
Si tratta di battering portato ad un livello superlativo. La danza irlandese (quella di Riverdance tanto per intenderci Riverdance sito ufficiale) che, grazie al sogno di Mr. Flately, si è sposata felicemente con il Tip Tap generando quello che è lo spettacolo di Step Dancing più incredibile che io abbia mai visto. Più di cento ballerini a calpestare all’unisono l’enorme palcoscenico ideato da Jonathan Park e Flately, sullo sfondo le possenti scenografie di Adams- Crawford-Gilbert, musiche celtiche irlandesi di Ronan Hardiman, due violiniste strepitose (Cora Smyths e Mairaed Nesbitt), una Dea che canta in velluto ed eleganza (Anne Buckley, www.annebuckley.com ), un vero coro Druido, la favola di “Lord of the Dance” (il bene e il male che si affrontano in una lotta all’ultimo Step), e lui, ballerino-coreografo-regista detentore del titolo di RecordMan assoluto di battering nel Guinness World Record (35 percussioni diverse in un solo secondo), musicista (suona l’Irish Flute, “Whispering Wind” cd che risale al 1998), ex-pugile professionista, ex-muratore…
Michael (Michael Flatley sito ufficiale) irlandese-americano cresciuto a Chicago, che ad un certo punto della sua vita ha deciso di credere che “Tutto è possibile”.
E senza un sogno come puoi realizzare una cosa così.
Senza credere nella tua passione come potresti dar vita ad una magia del genere?
Quel vento era forte, evidentemente troppo forte per non volerlo cavalcare.
Non starò qui a raccontarvi la trama di “Lord of the Dance”, ci starebbe tutta in tre righe e rischierei di togliervi la sorpresa. Non vi dirò di quello che possono fare oltre cento ballerini che con i loro piedi ritmano la melodia di un paio di violini impazziti, che tu a guardare tutti quei “ta-tatta-ta-ttta” ti chiedi “Ma smetteranno mai? E come possono andare sempre più veloci? Come? E smetteranno mai? Potrebbero continuare all’infinito… smetteranno mai?”
E non stacchi gli occhi da quei piedi. Quando le riprese ti costringono a perdere le mosse sono le tue orecchie che non si staccano, neppure da uno di quei dannatissimi “ta” o “tttattata”.
E non vi dirò di quella Dea che entra in scena, come se scivolasse, e con la voce, con quella voce, ti solleva in un cielo azzurro di nuvole d’Irlanda, e la devi guardare perché anche lì a guardare altrove ti sembra sacrilegio.
Perché rovinarvi l’attimo di sbigottimento che ho provato io? Solo perché non potrò osservare i vostri visi mentre vi stanno travolgendo? Sarebbe meschino da parte mia, non me la sento.
Però vi dirò una cosa: sarà mica facile per voi staccare il cervello, quello che vi ripeterà “maquantokitchètuttoquesto???”, e farvi prendere dal vento se non vi arrendete da subito. Qui entra in gioco la vostra curiosità di Pollicino, la pazienza di raccogliere le briciole, e il vostro talento nell’annusare il vento. Quanti di voi ce la faranno?
So che io parto avvantaggiata, il mio senso del kitch prende vie decisamente originali, ringraziando il cielo, e vi assicuro che la maggior parte dei miei amici mi guarda con terrore ogni volta che la butto lì “Che ne dite se vi faccio vedere uno spettacolo di Step Dancing?”… un “No” più o meno secco è assicurato, ma uno sguardo poi lo danno, tanto per vedere dove si va a finire. E lo sbigottimento è sempre lo stesso. E il vento lo sentono, altroché se lo sentono, magari non si fanno portare troppo in alto, perché ognuno sente il proprio e non tutti i venti sono uguali, però sempre di quello si tratta.
Sono due anni che ogni tanto mi prende una botta di nostalgia per quel vento… e nelle serate in cui mi va di fermarmi un po’ tra i colori e i suoni d’Irlanda, tra quelle leggende e quei sapori, allora recupero i DVD di Mr. Flately (li ho recuperati con fatica, qui in Italia non esistono) e mi ci butto dentro.
Che decidiate di conoscere Michael Flately o meno, seguite il mio consiglio… annusate il vento.
Follow your dreams, you wouldn’t want it so bad if you couldn’t have it…
The Universe gave you those dreams because you can have them…
Nothing is impossibile…
(Michael Flately)
“Feet of Flames” in Hyde Park, London: http://www.youtube.com/watch?v=HBPgbGk8T7U
Danza irlandese: http://www.danzadance.com/irlandese.html
Guillermo Del Toro ha diretto questo film, Vincitore di 3 British Academy Film Awards. A metà tra un film fantasy e un reale spaccato di storia spagnola. Storia crudele in ogni sfaccettatura, in ogni fotogramma. Nulla della favola è "favola stile Disney", ma recupera la violenza tipica dei Fratelli Grimm, ovviamente filtrata dall'anima ispanica. E non è un dettaglio, anzi, credo sia un sentimento determinante ai fini del messaggio che suppongo volesse far arrivare. Dico "suppongo" perché ovviamente è soltanto il mio sentire alla fine della visione, che mi ha accartocciato l'animo, lo ammetto. La piccola Ofelia in balìa di una vita che non lascia spazio ai suoi bisogni di bambina che può e sa volare con l'anima come una farfalla, come una fata. La Regina delle Fate che si è persa nel mondo terreno da parecchie vite e che ora cercherà di ritornare a casa. Una volta arrivata al Labirinto del Fauno sceglierà di credere alle sue fantasie e sceglierà di seguirle attraverso prove pericolose. Bambina-Regina-Farfalla che delicata e coraggiosa e vulnerabile e irresistibilmente viva cercherà di ovviare alla violenza degli adulti che stanno devastando il suo mondo. Credere, credere fortemente che ci può essere un modo, un altro modo di vivere e di guardare alla vita anche quando il mondo non fa che darti torto. Credere in modo da mettere a repentaglio la tua stessa vita terrena per poter spiccare quel volo e guadagnarsi un'altra esistenza in un nuovo mondo pronto ad accoglierci amorevolmente. La piccola Ofelia ci crede. Per questo ti spezza il cuore e ti lascia la morte nel sangue, morte che dolce la fa scivolare dentro la sua fantasia. E sono rimasta con lei fino alla fine e quello che mi è rimasto è semplice, non solo, è crudele, non solo, è tremendamente reale: credere a volte è la salvezza, anche se non in questo mondo. Stanotte ho deciso che continuo a credere, a dispetto del mondo e di quel che sarà. Grazie Ofelia.